Dantedì: Manto “vergine cruda”, indovina della Commedia Dantesca.






DANTEDì E LA DIVINATRICE

Nell’immagine Manto nel “De mulieribus claris” di Giovanni Boccaccio, 1361-62.

Nel giorno del DanteDì, non potevamo non occuparci della parte riguardante indovini e divinatrici. Infatti, il poeta li incontra all’Inferno: sottoposti a una pena umiliante condannati per aver previsto il futuro e ingannato le persone. Si legge: “di veder troppo  davante”, prerogativa consentita solo a Dio. Essi “avanzano lentamente tacendo e lagrimando” nella bolgia. Sono spiriti dalla nobile figura umana, fatta a somiglianza di Dio, ma col volto girato dalla parte delle reni, così che le lacrime dei peccatori scendono lungo le natiche (vv. 23-24). La commozione del poeta si legge nel suo appello,  mosso anche lui quasi a pietà, tanto che Virgilio deve scuoterlo energicamente. Ricorda che gli scellerati di questa bolgia non sono degni di alcuna compassione. In verità, nel mondo antico erano rispettati e la loro cultura lo ammetteva, tenendo in grande in considerazione le pratiche divinatorie. Piuttosto è condannato il culto pagano,  in quanto basato sugli dèi falsi e bugiardi(Inf. I , 7 2 ) . Proprio in questo, incontriamo Manto, una divinatrice da cui le leggende vogliono nasca la città di Mantova. Attraverso di essi Dante condanna severamente la divinazione pratica diffusa ai suoi tempi. La pone  nella quarta bolgia del cerchio ottavo (If XX 52-99).

“E quella che ricuopre le mammelle,

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di là ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cercò per terre molte;

poscia si puose là dove nacqu’io;

onde un poco mi piace che m’ascolte”.

Traducendo i versi: E’ quella che tiene nascoste (ricuopre) le mammelle, che tu non puoi vedere, con le trecce sciolte, e ha dall’altra parte (di là)ogni zona pelosa (pilosa pelle), fu Manto, che vagabondò (cercò) per molte terre; infine (poscia)si stabilì (si puose) nel luogo (là) dove io nacqui; per cui ho pia-cere (mi piace) che tu stia un poco ad ascoltarmi (m’ascolte) (vedi dopo i versi).

Ancora su Manto:

“Passando la vergine cruda vide terra”, ovvero passando quindi Manto, vergine salvaggia vide una terra nel mezzo della palude, priva di coltivazioni e abitanti. Lì, per evitare ogni comunità umana, si fermò con i suoi servi per esercitare le sue arti magiche e lì visse e lasciò il proprio corpo privo dell’anima. Successivamente gli abitanti delle terre vicine si riunirono in quel luogo,che era naturalmente difeso dalla palude che lo circondava. Fondarono la città dove era sepolta Manto; e dal nome di colei che per prima scelse quel luogo, lo chiamarono Mantova (Mantüa) senza bisogno di sortilegi. (vv. 84-93).

Chi era?

Sembra essere stata assai esperta in piromanzia, e come tale è menzionata nei poemi latini più cari a Dante: nell’Eneide (X 198-200) è rapidamente ricordato Ocno, figlio del Tevere e della ” fatidicae Mantus “, il quale per ricordo della madre volle appellare Mantova la città da lui fondata; nelle Metamorfosi (VI 157-162) Manto invita le donne tebane a venerare Latona contro il divieto dell’empia Niobe; ma è soprattutto nel libro IV della Tebaide di Stazio (vv. 463-585; e cfr. anche X 724-725) che l’indovina, vergine e intemerata sacerdotessa, è ripetutamente e ampiamente presentata come coadiutrice del padre durante le suppliche alle deità infere e le cerimonie per i vaticini.

Figlia dell’indovino tebano Tiresia dal quale aveva ereditato le capacità magiche e divinatorie, è ricordata da Virgilio (Eneide X, 198-200), da Servio nel suo commento a Virgilio, da Ovidio (Metamorfosi VI, 157 e seguenti) e da Stazio (Thebais, IV 463-466 e VII 578 e seguenti).

Autori famosi dunque se ne sono occupati, affidandole caratteristiche diverse. La mia preferita è la sua consacrazione come sacerdotessa di Apollo avvenuta a Delfi. Per Virgilio fu moglie di Tosco (il mago personificazione del fiume Tevere). Il Canto XX dell’Inferno di Dante, ottavo cerchio, quarta bolgia tra i fraudolenti.

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